IRAN: LA RIVOLUZIONE E LE DOMANDE URGENTI CHE ATTENDONO UNA RISPOSTA

Teheran, marzo - L'11 febbraio scorso la Rivoluzione islamica ha festeggiato il suo 24mo anniversario. L'11 febbraio 1979 si concludeva infatti la lotta tra lo schieramento rivoluzionario guidato dall'Ayatollah Khomeini e le forze del regime che facevano capo allo Shah Mohamad Reza Pahlevi. In Iran si celebra ogni anno l'anniversario come la ricorrenza della più grande rivoluzione popolare che la storia ricordi, in quanto, prendendo come riferimento la Rivoluzione francese e la Rivoluzione bolscevica, quella iraniana risulta essere la più partecipata tra le azioni di protesta. 

Le domande urgenti

La Rivoluzione iraniana non ha semplicemente fatto cadere il regime dello Shah, ma ha condotto alla distruzione della struttura portante del dispotismo persiano, rappresentato nel potere assoluto dei monarchi e dei tiranni in questa parte del mondo, diventato esempio del dispotismo attribuito al continente asiatico. La tirannia non è un apparato fragile, destinato a sfaldarsi in fretta sotto i colpi della Rivoluzione. Essa costituisce una cultura radicata e consolidata nelle menti che, per essere trasformata, richiede uno sforzo politico e culturale estenuante. 

La Rivoluzione islamica ha concluso un'epoca aprendone un'altra, lasciando però ancora senza una risposta la domanda se stiamo davvero affrontando una nuova epoca ? Questa è una delle tante domande che si pongono oggi alla società iraniana. La Rivoluzione del febbraio 1979 ha visto la partecipazione di tutte le forze e di tutti i gruppi politici iraniani, ma le redini del comando si sono venuti a trovare nelle mani dei religiosi. Ci sono motivi storici e sociologici a spiegarne il perché. Il regime dello Shah aveva concesso libertà di movimento ai religiosi e questo consentì a loro di costituirsi in una specie di ordine politico-religioso, con una presenza fitta e capillare in ogni angolo del Paese, mentre i partiti e le varie forze politiche, dai marxisti ai nazionalisti, furono sottoposti alle più odiose forme di repressione e di punizione.

Nell'autunno 1978, la direzione della Rivoluzione aveva lanciato da Parigi, dall'esilio dell'Ayatollah Khomeini, le parole d'ordine "Indipendenza, Libertà, Repubblica islamica". Queste parole d'ordine vennero adottate da tutti, senza che nessuno sapesse cosa fosse esattamente la "Repubblica islamica". Gli oppositori dello Shah sapevano ciò che non volevano, cioè il regime dello Shah, ma non erano consapevoli che cosa effettivamente volessero realizzare. Nella confusione, alcune forze della sinistra e del campo nazionalista si erano astenute dal voto, nell'aprile 1979, sul quesito "Repubblica islamica: sì o no ?". Intanto, il 98 per cento della popolazione dava la sua adesione alla giovane "Repubblica islamica" attratta soprattutto dalla personalità carismatica dell'Ayatollah Khomeini.

Per gli esponenti della Rivoluzione islamica era prioritaria la questione dell'indipendenza. L'ostilità nei confronti degli Stati Uniti, denunciati come i più prepotenti del mondo e raffigurati come il "Grande Satana", costituiva il pilastro su cui rinsaldare l'indipendenza. Le ingerenze americane negli affari interni iraniani e il coinvolgimento degli Usa nel colpo di Stato contro il governo nazionalista di Mohamed Mossadeq nel 1953, avevano lasciato una forte impronta nelle menti, che sarebbe continuamente riaffiorata nelle dichiarazioni ufficiali, rimanendo viva fino ai giorni d'oggi. 

La stagione di libertà e di democrazia introdotte dalla Rivoluzione islamica durò due anni, finchè la corrente islamica radicale incominciò a reprimere le altre forze e gli altri gruppi, creando i presupposti per la nascita di un'opposizione dopo il cambiamento del clima politico in seguito all'arrivo al potere di Khatami. Si era così creata una spaccatura tra le forze che avevano sacrificato le loro pretese di libertà e di democrazia nell'interesse dell'indipendenza, interpretata come resistenza alle mire dell'imperialismo. Si trattava innanzitutto dei gruppi della sinistra, dei popolari, dei riformisti. La posizione degli islamici radicali ottenne invece l'adesione di movimenti rivoluzionari sorti su scala mondiale, ma emersi specialmente nel mondo islamico e arabo, i quali hanno misero l'accento sull'atteggiamento intransigente nei confronti di Stati Uniti e Israele. Per questi movimenti, libertà, democrazia, riforme, dirittti delle minoranze nazionali erano da considerare aspetti di secondaria importanza. Sollevarli, avrebbe portato all'indebolimento della Repubblica Islamica e della sua posizione anti-americana e anti-israeliana. 

La Rivoluzione islamica ha fatto emergere alcune domande assai importanti. Una di queste si pone il quesito, come sia possibile ottenere, in qualsiasi Paese, un equilibrio tra due principi fondamentali quali  l'indipendenza e la democrazia ? Un'altra, a mio avviso, si pone l'interrogativo se l'indipendenza debba essere per forza sinonimo di lotta contro l'imperialismo americano ?  La terza cerca risposte al dubbio se sarà mai possibile per un Paese del Terzo mondo realizzare contemporaneamente indipendenza e democrazia ? L'ultima, infine, si interroga se il sistema globale, planetario, possa mai accettare una realtà del genere ? 

Le sfide del futuro

Queste domande sono fondamentali per comprendere le sfide che l'Iran dovrà affrontare in futuro. La posizione islamica-rivoluzionaria risente oggi dell'influenza delle grandi correnti di pensiero prevalenti nel mondo, così come venne influenzata, a suo tempo, agli inizi della Rivoluzione, dalla posizione marxista e, all'epoca del crollo dell'Unione Sovietica, dalle tesi liberali. Dopo l'affacciarsi della corrente riformista, nel 1997, gli islamici al governo in Iran si sono divisi in due campi: quello riformista e quello fondamentalista. Ma all'interno di ognuno di essi registriamo una pluralità di correnti  e gruppi, sicché entrambi sono alle prese con divergenze e contraddizioni interne. Occorre far notare come tra i riformisti, in linea generale, ci sia comunque una maggiore armonia che non tra i fondamentalisti. 

In effetti, le differenze affiorate tra i conservatori e gli oltranzisti di destra, oppure tra il gruppo di Mohsen Ridhayi e la corrente guidata da Habibullah Askar Auladi, e ancora tra i raggruppamenti Keyhan e Resalat, hanno portato per la prima volta a una spaccatura, dovuta alle lotte interne, aprendo una breccia nei loro ranghi. Mentre la corrente fondamentalista dell'ala conservatrice mantiene dei rapporti con il regime iracheno, giocando sul tasto dell'antiamericanismo, e intanto reprime i riformisti, fa arrestare i giornalisti, gli avvocati, gli studenti universitari, chiude la stampa vicina ai riformisti, la corrente conservatrice, i cosiddetti ragionevoli tra gli oltranzisti, conduce trattative segrete con la Gran Bretagna, con gli Stati Uniti, fa uscire dal carcere l'ex ministro Nuri, il giornalista Imad Al Din Baqi, lo scrittore Ali Ridha Jabari, e revoca il divieto di parlare in pubblico all'esponente religioso segregato Ayatollah Montazeri. 

Ma i riformisti vogliono ancora dell'altro. Vogliono recuperare i rapporti con gli Stati Uniti e congelare quelli con i gruppi islamici in Palestina, così come desiderano il distanziamento dal regime iracheno, in quanto lo ritengono essersi cacciato in un vicolo cieco. Intanto, sulla scena interna, i riformisti devono far fronte al declino della loro popolarità a causa delle promesse fatte in campagna elettorale e non mantenute, mentre altre forze emergono. Tra queste quelle conosciute come forze popolari-religiose, che hanno preso a cuore le battaglie per le libertà civili in Iran. Ci sono poi i gruppi che si propongono sulla scena iraniana dall'estero e potrebbero costituire un intralcio al regime islamico in generale e ai fondamentalisti in particolare. Non vi è dubbio che le divergenze all'interno dello schieramento conservatore costituiscono un elemento importante, che si è manifestato negli ultimi mesi, su cui i riformisti e l'opposizione fanno molto affidamento nella speranza che diventi il punto di svolta nella lotta per il superamento degli ostacoli lungo il cammino verso la democrazia in Iran. 

Youssef Azizi, scrittore-giornalista arabo iraniano 

(L'intervento che Arabmonitor ospita, esprime il giudizio dell'autore e, al contrario di quanto spesso sostenuto dai mezzi di informazione, dimostra la vivacità del dibattito e la libertà di opinione che regnano nella Repubblica Islamica. Redazione di Arabmonitor)




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