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Anno: 2003
 
    LETTERA APERTA A MARCO PANNELLA DI PADRE JEAN-MARIE BENJAMIN
 

Assisi, marzo - Appena tornato da Parigi, venerdì sera ho seguito "Excalibur", su RAIDUE, dove hai avuto occasione di esporre il tuo impegno per la dolorosa causa irachena. Particolarmente in questi giorni, con l'obbligo dello spirito della Quaresima, devo confessarti alcune cose.

Cominciamo dalla tua battuta che Saddam Hussein potrebbe venire in esilio come mio ospite ad Assisi: mi ha molto divertito. Stavo con un gruppo di amici e ci siamo fatti tutti insieme una bella risata. Se non avessi un sincero rispetto per le tue campagne e battaglie politiche e sociali - sono in Italia dal 1975 e ne ho seguito più di una - mi sarei arrabbiato. Ma proprio perché credo alla tua sincerità ed onestà intellettuale, avrei voluto risparmiarti tanta fatica e lavoro per promuovere la raccolta di firme per l'esilio di Saddam Hussein. Hai avviato questa formidabile utopia, che supera di gran lunga quelle di Erasmo da Rotterdam (per il quale ho infinita ammirazione, per inciso, l'unico mio punto in comune con il presidente Berlusconi), lo scorso 20 gennaio. Fra il 20 e il 23 gennaio tutti i media nazionali ne hanno riferito. Il 24 gennaio stavo a Baghdad per invitare Tareq Aziz a Roma all'incontro con il Santo Padre. Ho colto l'occasione per informarlo che in Italia si parlava molto della tua proposta e gli ho chiesto cosa ne pensasse.

La risposta fu precisa e categorica: "Padre, una tale cosa non è nemmeno immaginabile, non accetterà mai. L'oggetto della risoluzione 1441 è il disarmo dell'Iraq, non l'esilio del presidente. Sarebbe impossibile includere un concetto del genere in una risoluzione ONU, perché contro la stessa Carta delle Nazioni Unite. Saddam Hussein è presidente di uno degli stati fondatori delle Nazione Unite". Sull'argomento, Tareq Aziz è tornato durante il suo recente soggiorno in Italia confermando quanto già detto. Caro Marco, il popolo di Dio sa perfettamente che anche se la tua iniziativa fosse stata realistica, l'amministrazione di Washington sarebbe comunque andata avanti sulla via della guerra, sostenendo che il problema, in realtà, non è tanto Saddam Hussein, ma il partito Baath, o che gli uomini del partito controllano l'intero paese, o altre scuse ancora per giustificare un'aggressione all'Iraq già decisa e programmata da anni. Ma ti chiedo: chi ti ha detto che Saddam Hussein sia a Baghdad ?

Vorrei anche suggerirti di evitare di fare affermazioni che danneggiano la tua credibilità. Dovresti leggere i rapporti delle agenzie dell'ONU, così come quelli del Pentagono e del Dipartimento di Stato americano. Un esempio: gli ispettori per il disarmo dell'Iraq, nel 1998, non sono stati cacciati dal governo di Baghdad. E' Washington che ha richiamato Richard Butler, capo della Commissione UNSCOM, e ordinato agli ispettori di lasciare l'Iraq per poter, senza alcun preavviso, bombardare unilateralmente il paese alcuni giorni dopo. Quando ero funzionario ONU alla sede dell'UNICEF a Ginevra, dal 1983 al 1988, avevo letto nello statuto dell'Organizzazione che una commissione dell'ONU rappresenta la Comunità internazionale e non può ricevere istruzioni dirette dal suo governo, ma soltanto dal Segretario generale, dal Consiglio di sicurezza o dall'Agenzia per la quale lavora.

Non soltanto Richard Butler ha obbedito a Washington e ai signori della CIA, per i quali segretamente lavorava, ma non ha nemmeno informato della sua decisione di abbandonare l'Iraq né il Segretario generale, né il Consiglio di sicurezza. Questo fu il motivo delle dimissioni presentate un mese dopo da Scott Ritter, capo degli ispettori dell'UNSCOM, che affermò davanti alla stampa di tutto il mondo che effettivamente Richard Buttler e gli ispettori lavoravano per la CIA. E per quanto ne so, la CIA non è un'associazione umanitaria.

Dicevo, all'inizio di questa mia lettera, che sono appena tornato da Parigi dove ho avuto il piacere di seguire e partecipare a diverse trasmissioni televisive e radiofoniche. Poi, rientro in Italia e mi capita di seguire "Excalibur". Stupore è dire poco. Quasi tre ore di nulla, se non mandare in onda pezzi d'interviste comprate da reti anglo-americane e realizzate con materiale video dagli archivi del Pentagono e altre istituzioni specializzate statunitensi. Ecco la differenza tra il linguaggio dell'informazione in Francia e in Italia: qui dicono "l'attacco a Saddam.... tremila bombe in due giorni per cancellare Saddam... le ore di Saddam sono contate", e potrei continuare così a lungo. In Francia: "l'attacco all'Iraq.... tremila bombe in due giorni per cancellare l'Iraq... le ore degli iracheni sono contate".

Perché in Francia hanno capito che le bombe non cadranno soltanto su Saddam, ma anche sulla popolazione civile. "Liberare il popolo iracheno", come afferma George W. Bush, con le bombe blu, le bombe di dieci tonnellate chiamate "Moab", quelle all'uranio impoverito e, chi sa, forse quelle nucleari a gittata limitata, è davvero una liberazione definitiva. Qui parlano di "no fly zones" decise dalla coalizione nel 1991, in Francia ripetono che le "no fly zones" sono state unilateralmente dichiarate dagli anglo-americani, non sono state mai approvate dall'ONU, violano il diritto internazionale e lo spazio aereo di un paese sovrano membro delle Nazione Unite; ed è per questo che la Francia, che pure ha partecipato ai pattugliamenti aerei fino al 1996, in quell'anno si è ritirata. Questa è la realtà storica. L'altra realtà è che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, da anni ormai, settimanalmente, bombardano le popolazioni civili di queste stesse ed illegali "no fly zones", e proprio con l'alibi della "protezione" dei curdi al nord e degli sciiti al sud, sono centinaia i civili innocenti curdi e sciiti morti e feriti.

Quanto alla triste e dolorosa vicenda delle vittime curde di Halabja, in Francia si parla del documento pubblicato nel 1989 dall'Istituto Strategico dell'U.S. Army War College (una delle più importanti scuole di guerra degli Stati Uniti d'America), dedicato a un'indagine sulle armi chimiche irachene. Un documento ufficiale, elaborato per il Congresso americano, al quale hanno lavorato il dott. Stephen C. Pellettiere, il tenente colonnello Douglas V. Johnson, il dott. Leif R. Rosenberger ed altri esperti. Un rapporto molto interessante. Non cercare di procurartelo, è quasi impossibile. Nel 1991, all'indomani dell'inizio della prima guerra del Golfo, l'avvincente documento è sparito dalle pubblicazioni dell'Istituto Strategico. Leggendolo si capisce perché.

Tengo una copia a tua disposizione, ma avendone pubblicati stralci nel mio ultimo libro "Obiettivo Iraq: nel mirino di Washington", ne riporto qui un breve passaggio: "... Nel marzo 1988, i curdi di Halabja furono bombardati con armi chimiche, che causarono molti morti. Fotografie delle vittime curde vennero diffuse ampiamente sui media internazionali. L'Iraq venne incolpato dell'attacco di Halabja, anche se in seguito fu messo in evidenza che l'Iran aveva usato sostanze chimiche in questa operazione, e sembrò probabile che fosse stato il bombardamento iraniano a uccidere in effetti i curdi. Pertanto, a nostro avviso, il Congresso agì più in base all'emotività che a informazioni reali e senza considerare a sufficienza gli effetti diplomatici sfavorevoli di questa azione".  Molto interessante anche la parte scientifica delle analisi: "... alcune sostanze prelevate sui tessuti umani delle vittime non fanno parte delle sostanze chimiche utilizzate nelle armi chimiche irachene".  Sono da leggere assolutamente le 77 pagine rimanenti del rapporto.

Vedi, Marco, non m'interesso dell'Iraq soltanto quando gli americani vanno a bombardare gli iracheni. Sono anni ormai che ci vado ogni 3 o 4 mesi. Ho pubblicato libri, realizzato documentari, tenuto decine di conferenze, fatto tre interventi all'ONU, lavorato con il Parlamento italiano sulla questione dell'uranio impoverito (risoluzione del 16 novembre 1999 della Commissione Affari Esteri della Camera dei deputati), insomma, nel mio piccolo, spendendo i miei pochi averi e la mia salute, ho tentato di testimoniare con quello che ho visto e filmato e sulla base di documenti ufficiali quello che sta realmente accadendo in Iraq: le sofferenze di questo popolo distrutto da una guerra terrificante e poi rinchiuso in uno vero e proprio campo di concentramento per dodici anni, sottoposto a nuovi bombardamenti nel dicembre 1998 (quelli per punire Saddam Hussein, come scrivevano i giornali di allora), una popolazione che sopravvive ad una spaventosa contaminazione da uranio impoverito.

Assistere ancora una volta all'agonia di queste popolazioni sotto i bombardamenti, vedi, questo non lo vuole non solo padre Benjamin, ma l'opinione pubblica di tutta la comunità internazionale, il Papa, gli anglicani e gli ortodossi, i tre quarti dei paesi membri delle Nazioni Unite, la Francia, la Germania, la Russia, la Cina. L'Iraq non ha minacciato nessuno, né l'America, né i propri vicini di casa (al contrario ha stabilito nuovi rapporti di cooperazione ed amicizia non soltanto con la Siria, la Giordania e l'Arabia Saudita, ma persino con l'Iran), gli ispettori dell'ONU lavorano in Iraq e dicono di lavorare bene, l'Iraq non ha niente a che fare con l'11 settembre ed Al Qaida. Non c'è nessuna ragione di aggredire ed invadere questo paese.

Secondo "Excalibur" bisogna attaccare l'Iraq perché in Iraq c'è una dittatura. Instaurare una democrazia, affermava in trasmissione il direttore di "Panorama". Bene, ma con chi, su quale modello? Una democrazia tipo Arabia Saudita, Kuwait o Libia? Il vostro problema, cari amici, che in Iraq non avete mai messo piede, è che per conoscere il paese di Abramo i comunicati stampa del Pentagono non bastano. L'Iraq, paragonato al feudale Kuwait o alla fondamentalista Arabia, è quasi una Svizzera. Paese laico, dove le donne in posti di responsabilità e nei ministeri sono le più numerose di tutto il mondo arabo, senza burka o chador, dove cristiani e musulmani coabitano perfettamente, dove trovi ancora un negozio per comprare un pò di vino e dove si può ascoltare, su radio FM, tutti i brani più famosi del rock e del pop in classifica negli USA e in Gran Bretagna.

Una democrazia in Iraq, sul modello turco, con 90.000 curdi ammazzati, 2000 villaggi cancellati, Ocalan torturato in prigione ed un paese controllato dall'esercito? Una democrazia sul modello di certi paesi africani dei quali l'amministrazione di Washington sta tentando di comprare il voto in Consiglio di sicurezza, vere e proprie dittature al potere? Interessante. A proposito di dittatura, ho letto nei giornali francesi numerosi articoli dedicati all'operato degli ultimi cinquant'anni della CIA: decine di governi rovesciati in America Latina, in Africa, in Asia, sostegno a dittature, ai Talebani ed Al Qaida, a regimi corrotti, con, globalmente, oltre sei milioni di morti! E tra i francesi si sente anche dire: "per garantire una vera pace, gli ispettori dell'ONU per il disarmo sarebbe meglio inviarli in America piuttosto che in Iraq". Questa sì che è una proposta costruttiva. E' vero che già nel lontano 1918, all'indomani della prima guerra mondiale, il maresciallo Georges Clemenceau (1841-1929) dichiarava: "Gli Stati Uniti d'America sono l'unica nazione al mondo che passerà direttamente dalla corruzione alla decadenza, senza aver mai conosciuto la civiltà". Ci siamo.

Ti saluto cordialmente

 

Jean-Marie Benjamin

Assisi, 16 marzo 2003

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